Il Sud nelle Politiche 2013: Tutti assenti, meridionali inclusi

di Ivan Esposito
Il ministro per la coesione territoriale, Fabrizio Barca,  propone un metodo nuovo per la spesa pubblica nel Mezzogiorno, fondato su condivisione degli obiettivi, valutazione esatta dei risultati, certezza dei tempi di realizzazione, articolazioni d’intervento diversificate per aree differenti.

L’unico rappresentante istituzionale che parla seriamente del Sud: Fabrizio Barca, il ministro per la coesione territoriale.

Un amico mi ha chiesto di fare un giro sui programmi elettorali per le Politiche 2013 e vedere quanto e come il tema Mezzogiorno sia presente. È stata una passeggiata breve la mia, per due motivi.

Due ragioni per un’assenza

Prima di tutto, i programmi non sono più di moda, non rappresentano più il certificato di garanzia della chiarezza d’idee e della credibilità degli intenti dei politici; la ristrutturazione della scrittura operata dai new media – pienamente utilizzati nella comunicazione politica – ha decretato il tramonto di testi lunghi e articolati, che peraltro venivano in genere sistematicamente smentiti dalle azioni concrete e dalle contingenze che le condizionano. E poi c’è che di Mezzogiorno si parla poco, vuoi per lo strascico della cultura leghista stratificatasi in vent’anni, vuoi perché parlare di Mezzogiorno significa impegnarsi a sborsare soldi, in un periodo in cui i soldi sono pochi e comunque spendibili solo dietro autorizzazione di istituzioni sovranazionali.

Poche idee ma generiche

Il Sud in realtà è presente nei programmi elettorali, o per meglio dire è citato. Le soluzioni cui si fa cenno s’iscrivono o nel filone liberale, quindi: meno tasse, costo del lavoro più basso, Pubblica Amministrazione più leggera e più efficiente; o in quello keynesiano: infrastrutture, incentivi all’occupazione, investimenti nella scuola e nel sociale. Insomma, niente di nuovo. Niente che non sia stato ampiamente dichiarato e sperimentato nei decenni scorsi, con più o meno onestà intellettuale, con più o meno congruenza tra propositi, azioni, risorse. Niente che sia abbastanza messo a fuoco da consentire ai cittadini di capire quali sono le scelte e quali sono le risorse per le quali ci s’impegna.

Il pentito Tremonti

 Un solo elemento, in questo panorama assai povero, vale la pena di rimarcare: la proposta di resuscitare la Cassa del Mezzogiorno. Si tratta di una proposta non sconveniente in sé, poiché la CasMez ha funzionato bene per un ventennio, ma doppiamente paradossale: prima, perché è la più impegnativa tra quelle prospettate, ma arriva dallo stesso ministro dell’economia, Giulio Tremonti, che ha chiesto la tessera della Lega Nord e che nel frattempo ha avallato il federalismo fiscale e sancito lo storno dei fondi nazionali per il Mezzogiorno verso obiettivi assai lontani geograficamente; poi perché è significativo che l’idea nuova per il Sud corrisponda a quello che fu fatto nel dopoguerra: è come ammettere che gli ultimi sessant’anni siano passati sostanzialmente invano.

La fuffa è uguale per tutti

 Tutto questo però non è la parte più deludente della politica verso il Sud, poiché s’iscrive nella delusione generale che ogni cittadino italiano può legittimamente nutrire verso una classe politica senza idee e senza credibilità. Il problema insomma non è l’assenza di un paragrafetto intitolato Mezzogiorno: che fare? La cosa triste è l’impostazione generale.

Soluzioni diverse per problemi diversi

 I partiti italiani propongono, sommariamente, delle soluzioni per l’Italia, presupponendo che una medesima misura sia utile a Monza come a Barletta, che una stessa politica sia applicabile positivamente a Torino e a Palermo. Non è così. Il Mezzogiorno – che a sua volta non è uniforme – vive una situazione specifica sul piano sociale, economico e civile. Pertanto ha bisogno d’interventi specifici, finanziari ma anche normativi e procedurali. Quello che è buono per l’Italia può essere buono per il Sud, ma comunque non basta, o addirittura può sortire effetti negativi. Facciamo un esempio. Proporre di sostenere le aziende agricole italiane è un’idea condivisibile a ogni latitudine. Mettiamo il caso però che questo proposito generale si renda concreto nel consentire alle imprese di capitalizzarsi a condizioni agevolate: i risparmiatori che comprano le loro obbligazioni possono portarsi a casa gli interessi senza pagare tasse. Evidentemente sarebbe molto più semplice raccogliere risparmio per una Caviro (Tavernello) o per Conserve Italia (Valfrutta) di quanto non lo sia per la Cantina Sociale di Rionero in Vulture o per i miei amici della Nuovo Cilento che fanno un ottimo olio. Gli agricoltori meridionali, in seguito ad un rafforzamento finanziario dei loro colleghi settentrionali più grandi, potrebbero quindi essere costretti ad abbandonare i progetti di qualità, autonomia e riconoscibilità per diventare conferitori anonimi e sottopagati di prodotti per le grandi centrali nazionali e internazionali, a causa di un provvedimento che in teoria avrebbe dovuto supportare l’intero settore agricolo in tutta Italia.

Ammoniva Manlio Rossi Doria, a proposito del solo Mezzogiorno: soluzioni diverse per problemi diversi. Figuriamoci quindi come soluzioni uniche possano essere credibili al Sud come al Nord.

Da destinatari a protagonisti

Il Mezzogiorno dovrebbe quindi prima di tutto ripensare se stesso, immaginando indicatori di qualità della vita che non siano mutuati da ideologie economicistiche stantie. Potremmo, per dire, rassegnarci a non avere in tasca l’ultimo smartphone, ma lavorare due ore in meno a settimana per goderci gli affetti e i posti stupendi che la Natura ci ha regalato, in una vita che è troppo breve per sprecarla lavorando oltre lo stretto necessario. E pazienza se guardando il mare d’inverno ci arriverà l’eco di qualcuno che ci apostrofa come fannulloni, tanto ce lo dicono lo stesso da anni, anche quando ci siamo azzerati nelle fabbriche altrui, o seppelliti nelle scorie che non abbiamo prodotto.

Abbiamo il diritto di definire i nostri obiettivi secondo i nostri criteri. È in questa direzione che si muove la teoria e la prassi delle politiche economiche e sociali per lo sviluppo in tanta parte dei Sud del mondo, dall’India all’Uruguay. Di conseguenza, solo alla luce di questi obiettivi potremo giudicare l’offerta politica e valutare se quella italiana è soddisfacente o meno.

Da dove partire

Intanto, ci sono due approcci radicali e innovativi in tema di Mezzogiorno. Il primo riguarda l’assetto istituzionale, ipotizzato da Giorgio Ruffolo: superare le Regioni e costruire un Mezzogiorno federale in un Paese federale. L’altro è quello del ministro per la coesione territoriale, Fabrizio Barca, che propone un metodo nuovo per la spesa pubblica nel Mezzogiorno, fondato su condivisione degli obiettivi, valutazione esatta dei risultati, certezza dei tempi di realizzazione, articolazioni d’intervento diversificate per aree differenti.

Le idee di Ruffolo e di Barca da sole formerebbero un programma per il Mezzogiorno, che però nessuno sembra aver recepito. Né i partiti nazionali – convinti che i voti meridionali si ottengano garantendo un posto al sole a leader e leaderucci locali – né le formazioni meridionaliste, che pure sono diventate di recente molto attive nel denunciare i soprusi ai danni del Sud: peccato si concentrino su quelli perpetrati centocinquanta anni fa e molto meno sulla costruzione di una prospettiva congrua e sincera per l’oggi. Prospettiva di cui si sente un enorme bisogno.

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