Di Ivan Esposito
Che cos’è il welfare
La definizione e la ricostruzione della storia del concetto di Welfare ci porterebbero lontano, probabilmente costringendoci a uno sforzo che è fuori dallo scopo di questo scritto. Tuttavia, vale la pena di ricordare sinteticamente che per Welfare s’intende un sistema di protezioni sociali garantite a ogni cittadino, tali da assicurare uno standard minimo di servizi e di sicurezze sociali ed economiche.
Una parabola lunga un secolo
L’idea nasce in un ambito per niente progressista, ovvero nella Germania bismarkiana di fine Ottocento. Quando le contraddizioni e i conflitti sociali del capitalismo diventano insostenibili – e alimentano soggetti e movimenti politici dirompenti – emerge l’esigenza di trovare un equilibrio tra le classi, di costruire una dimensione inclusiva per cui anche i ceti subalterni avrebbero avuto interesse a tenere in piedi il sistema, piuttosto che a sovvertirlo con una rivoluzione violenta.
Il Welfare nasce insomma come compromesso che il capitalismo europeo offre alle masse proletarie, parallelamente a una partecipazione politica garantita con suffragi via via sempre più ampi. I costi delle prestazioni sociali rappresentano una riduzione del profitto, ma anche una garanzia di pace sociale.
E’ lo Stato il soggetto che operativamente realizza le politiche di sicurezza sociale, abbandonando evidentemente la sua posizione di terzietà liberale per cominciare a giocare il ruolo attivo di interposizione tra i ceti, forte del consenso dei capitalisti da un lato e delle organizzazioni sindacali e socialiste riformiste dall’altro.
Il prelievo fiscale e quello contributivo sono gli strumenti con cui lo Stato trova le risorse per alimentare il Welfare. Almeno in un primo tempo, ai costi crescenti del lavoro – protetto appunto dal Welfare – corrisponde una compensazione sulle materie prime, i pre-lavorati e i mercati garantiti assicurati dal colonialismo, che appunto si sviluppa sistematicamente tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.
Il Welfare – e più in generale l’intervento dello Stato in economia – cresce con gli anni e diventa una bandiera politica progressista. Da compromesso politico e sociale diventa una concezione dell’economia e della società. La crescita economica consente un’esplosione dei servizi di Welfare anche connessi a bisogni non immediatamente legati al lavoro: l’istruzione, la sanità, la casa etc.
Il Welfare diventa quindi un sistema di redistribuzione della ricchezza all’interno dei singoli Paesi, finalizzato non più a scongiurare sommovimenti rivoluzionari – politicamente tramontati dopo la Grande Guerra – ma ad evitare l’implosione capitalistica rischiata dopo la crisi del 1929: la gente ha bisogno di avere in tasca i soldi per comprare i prodotti delle imprese. E già che c’è, comincia ad abituarsi a un tenore di vita crescente, in termini quantitativi e qualitativi.
Il sistema s’inceppa negli anni Settanta, quando l’economia e la finanza superano i confini territoriali – e quindi l’ambito giurisdizionale – degli Stati. Quelle che socialmente erano state vissute come conquiste sociali cominciano a essere vissute e presentate come limitazioni alla crescita economica e finanziaria. L’arma della fiscalità è spuntata dalla libera circolazione dei capitali e delle merci e dalla delocalizzazione degli impianti produttivi.
Il Nord del mondo – Europa e Nord America, essenzialmente – accumula progressivamente sacche di povertà vecchie, chiamiamole quantitative, che si sommano alle nuove povertà qualitative: le tossicodipendenze, le devianze giovanili etc.
Va detto inoltre che il Welfare entra anche in contraddizione con se stesso, ad esempio per l’allungamento dell’aspettativa di vita che dilata il fabbisogno pensionistico, per i comportamenti opportunistici che fanno preferire i sussidi alla ricerca attiva del lavoro.
Welfare e sviluppo
La parabola del Welfare sembra suggerirci un assunto: la sicurezza sociale è una roba da ricchi. Le risorse di cui esso necessita possono essere trovate solo nell’ambito di un’economia strutturalmente salda e matura: solo in simili contesti il prelievo fiscale e contributivo può essere accettato a livelli utili e sostenibili.
Cosa ne è del Welfare in territori con una realtà economica strutturalmente lenta? In particolare, quale Welfare è pensabile per il Mezzogiorno, oltre i trasferimenti statali e comunitari, che peraltro vanno costantemente diminuendo? E’ pensabile un Welfare dello sviluppo? Strano a dirsi, ma dopo i disastri del liberismo in America Latina dei decenni passati, in Europa ancora si cerca di far ripartire la crescita contando sulla cancellazione di regolamentazioni sociali, sul lavoro ad esempio, e sull’abbassamento della pressione fiscale. In Italia, lo smantellamento del pur elefantiaco apparato delle partecipazioni statali, e del debito pubblico vissuto come integrazione al reddito e al risparmio delle famiglie, ha destrutturato la società italiana senza renderla più moderna, più reattiva, più giusta, ma solo più precaria.
Un Welfare per il Mezzogiorno può impugnare la bandiera delle liberalizzazioni, ma in un senso totalmente diverso da quello liberista. E può configurarsi come una politica di sviluppo, più che come una politica redistributiva. Il blocco sociale che ha frenato la crescita del Sud dell’Italia, perpetuando sofferenze sociali incredibili per secoli, è stato incentrato su una borghesia agraria improduttiva, riversatasi nella Pubblica Amministrazione e nelle professioni liberali. A questi signori – e al loro scellerato compromesso con la borghesia, i sindacati e la sinistra settentrionali – dobbiamo la conversione delle politiche di sviluppo del Sud – che pure avevano cominciato a sortire buoni effetti dopo la Seconda Guerra Mondiale – in foraggiamento di una spesa corrente inutile, nella tolleranza di sprechi di risorse pubbliche e d’illegalità piccole e grandi assurte al rango di ammortizzatori sociali.
Il Welfare di sviluppo applicabile al Sud deve tendere a rompere il blocco sociale regressivo meridionale e a proporre un altro compromesso al resto dell’Italia e dell’Europa.
Per un welfare della libertà e dello sviluppo
Vediamo cosa si può fare e in quale prospettiva.
Trasformare il risparmio delle famiglie in linfa per le imprese del Sud:
– istituendo un’imposta sostitutiva non cumulabile sulla rendita finanziaria derivante da obbligazioni o partecipazioni emesse da imprese meridionali, identificate come quei soggetti economici aventi sia la sede legale, sia almeno il 75% dei dipendenti residenti nel Mezzogiorno. Parallelamente assicurare la totale deducibilità per le imprese degli interessi corrisposti.
Qualificare la formazione professionale e combattere l’economia sommersa:
– istituendo prove d’arte e un sistema pubblico di riconoscimento dei crediti per competenze maturate senza contratto di lavoro;
– consentire, alle famiglie e alle aziende con patrimonio inferiore al milione di euro, rapporti di lavoro, anche domestico, con la massima flessibilità sui compensi e sui tempi sul modello dell’associazione in partecipazione, con aliquota contributiva bassa o nulla ma con compensi trasferiti obbligatoriamente tramite passaggi finanziari tracciabili;
– azzerare il sostegno a forme di istruzione non professionalizzanti e a facoltà universitarie non scientifiche;
– istituire fondi di garanzia per la nascita e il consolidamento di ditte individuali, microimprese, PMI.
Realizzare una fiscalità di vantaggio e riformare la previdenza:
– generalizzare, per dipendenti e autonomi, un forfait IRPEF al 15% per redditi inferiori ai 50.000,00€ per tre anni, azzerando deduzioni e detrazioni fiscali e limitando le misure di sostegno al reddito alle sole persone impossibilitate al lavoro in modo permanente o temporaneo;
– rendere la contribuzione non obbligatoria per il lavoro autonomo o parasubordinato e, parallelamente, defiscalizzare il risparmio dedicato ad investimenti produttivi nel Mezzogiorno.
– Abolire gli ordini professionali – segnatamente le tariffe minime e il divieto di pubblicità – sostituendoli con un esame di abilitazione alla professione inserito all’interno del sistema universitario.
Imporre politiche di responsabilità sociale alle imprese, a fronte di una proporzionale deducibilità fiscale, e con un’indicazione vincolante espressa dai Piani Sociali di Zona.
Liberalizzare, sul piano amministrativo, la nascita e l’esercizio di attività produttive e commerciali, anche on-line:
– facilitando la prassi per le autorizzazioni relative alla salute e all’ambiente e intensificando i controlli su questi aspetti;
– sospendendo le agevolazioni per il settore della grande distribuzione organizzata;
– prevedendo aliquote Imu agevolate per strutture ricettive diffuse e consorziate;
Di destra o di sinistra?
Questo programma scandalizzerebbe sia i liberisti, sia i progressisti. Ma qui non ci interessano le scatole politiche dai contorni sempre più sbiaditi, ci interessa piuttosto capire di cosa ha bisogno la nostra comunità ora. E ha bisogno di un cambio di prospettiva. Tradizionalmente, la realizzazione dei meridionali consisteva nel posto pubblico e in risparmi messi al sicuro, ovvero tutelati dal Tesoro. E quando questo non era possibile, ci si accontentava di sgraffignare qual cosina dal carrozzone pubblico: la pensione d’invalidità, i farmaci gratuiti, un sussidio di qualche genere.
Negli ultimi vent’anni questo sogno deleterio si è infranto ed è emerso, sia pure non ancora in tutta la sua luce, un Mezzogiorno produttivo, innovatore e coraggioso, fatto di piccole imprese, di artigianato rivalutato, di qualità esportabili, d’innovazione tecnologica.
E’ tempo di sostenere, tutti insieme, questo Mezzogiorno nuovo, sul piano fiscale, contributivo e amministrativo.
Si potrà chiedere: ma cosa c’entra tutto questo col Welfare?
Il Welfare italiano è incentrato sulle pensioni, sulla sanità, su ammortizzatori sociali e garanzie che coprono chi è incluso nel sistema economico. La popolazione meridionale prende le briciole di questo sistema, ma in compenso partecipa, in misura più che proporzionale, alla fiscalità, alla contribuzione, alla formazione di risorse umane che emigrano, ad alimentare un mercato che la vede solo come consumatrice.
Il Sud deve permettere ai suoi campioni di crescere, lasciare più soldi in tasca ai suoi cittadini e lasciare che questi maturino e si auto-organizzino per soddisfare i loro bisogni su base locale. Di là del disastro delle aree metropolitane, il Mezzogiorno è capace di ragionare, di costruire, di combattere. Saturi l’emorragia di risorse che porta acqua a banche, imprese e lavoratori settentrionali. Demolisca gli idoli dei funzionari, dei notai, dei farmacisti e dei paglietta: riscopra i contadini e gli artigiani, conosca i ricercatori e i tecnici. Impari che la famiglia e il paese sono sistemi economici, da promuovere e proteggere con sistemi moderni, come reti integrabili e non come disperati in conflitto.

