di Marco Maniaci
Una situazione davvero devastante e impietosa è quella presentata nel rapporto 2011 dallo SVIMEZ (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) per quanto riguarda il meridione d’Italia. In esso si traccia un quadro nel quale il Mezzogiorno sempre più pericolosamente si allontana dal resto del Paese e soprattutto dall’Europa. Un quadro nel quale il Mezzogiorno sempre in recessione, continua a crescere meno del Centro-Nord e rischia anche uno “tsunami demografico” per le migrazioni di giovani, alla ricerca di lavoro nel settentrione d’Italia.
La crisi e la recessione che hanno colpito l’intera economia mondiale in questi ultimi anni hanno avuto un impatto davvero pesante sull’intero sistema economico italiano, ma hanno colpito più profondamente ancora le regioni meridionali, con un effetto negativo sui redditi e sull’occupazione. Anche se a piccoli passi, il Nord Italia si è avviato verso l’uscita dalla crisi, cosa che non è invece successa nel Sud, dove ancora l’economia nel 2010 appare in stagnazione. Secondo le ricerche dello SVIMEZ, nel 2010 il PIL (prodotto interno lordo) ha avuto un aumento del solo 0,2%, rimanendo inferiore all’aumento avutosi nel resto del Paese, cioè circa 1,7%. Comparandola alla media europea comunque, si nota che la recessione è stata maggiore, sia nel Centro- Nord sia nel Mezzogiorno.
I dati più neri arrivano però dalla disoccupazione e dalla futura crisi demografica. Passando appunto dalla lettura dei dati del PIL a quelli relativi il mercato del lavoro e alla sfera sociale ci si può rendere conto della gravità della situazione nella quale versano le regioni meridionali. Nei consumi delle famiglie del Sud, ad esempio, si può notare una stagnazione nel 2010, dopo che nell’anno precedente si era avuta una diminuzione di tre punti. Quindi è difficile per le famiglie sostenere i livelli di spesa soprattutto quando molto spesso a perdere il lavoro è l’unico elemento che poteva portare uno stipendio a casa. Sicuramente a influire negativamente su questa situazione è anche il non efficiente sistema di welfare italiano che, insieme con la piaga dell’evasione fiscale e contributiva, contribuisce a creare enormi squilibri tra ricchi e poveri nelle fasi di crisi.
La mancanza di un equo sistema di welfare, secondo il rapporto SVIMEZ, non aiuta i precari e i giovani che devono ancora entrare nel mercato del lavoro, e questo porta in pratica al crollo dell’occupazione nel Sud. Nel biennio 2008-2010 in Italia sono andate perse circa 533mila unità lavorative, ma di queste 281mila erano nel Meridione. Nel solo 2010 gli occupati in Italia sono stati ventidue milioni 872mila, cioè 153mila in meno rispetto al 2009, e anche qui una grossa parte, circa 86.600, nel Sud. Secondo i dati analizzati dallo SVIMEZ, gli occupati nel Meridione sono tornati al livello di dieci anni fa. Il rapporto quindi dice che, seppur presenti nel Mezzogiorno meno del 30% degli occupati italiani, proprio qui si concentra il 60% delle perdite di lavoro degli ultimi due anni, dovuti ovviamente alla crisi. Contribuisce a questi numeri il fortissimo decremento dell’occupazione industriale, un calo che si aggira nel meridione attorno al 15%. Altro dato certamente scoraggiante è quello concernente la diminuzione dei lavoratori dipendenti: nel solo 2010 sono diminuiti dell’1,9%. Le statistiche rivelano invece che sono aumentati gli atipici, all’incirca dell’1,3%, e i lavoratori part-time. L’incremento in queste categorie di contratti non è certamente da leggere in chiave positiva. Lo SVIMEZ evidenzia, infatti, che tali forme contrattuali non standard compensano solo in parte il calo rilevato nelle posizioni standard e la crisi potrebbe andare ad attaccare anche i lavoratori più protetti.
Numeri ancora negativi circondano il Mezzogiorno. Sono quelli riguardanti il tasso ufficiale di disoccupazione registrati nel 2010. La percentuale ufficiale avuta al Sud è stata del 13,4, mentre al Centro-Nord del 6,4. Ciò nonostante, lo SVIMEZ dice che il tasso ufficiale rileva una realtà alterata. La zona grigia del mercato del lavoro continua ad ampliarsi per effetto dei disoccupati impliciti, cioè persone che non hanno effettuato azioni di ricerca nei sei mesi precedenti l’indagine. Perciò il tasso di disoccupazione effettivo nel Centro-Nord oltrepasserebbe il 10%, mentre al Sud arriverebbe al 25,3%. Il rapporto aggiunge che nel Centro-Nord la perdita dei posti di lavoro si trasforma quasi interamente in ricerca di nuovi posti di lavoro, al contrario del Mezzogiorno, dove solo in parte diventa ricerca di nuovi sbocchi occupazionali.
Il documento però denuncia, nella crisi che attanaglia il Sud Italia, una questione giovanile. I dati estratti presentano una situazione preoccupante per quanto riguarda le giovani generazioni: riduzione d’iscritti all’Università, crescita del precariato, aumento dell’inoccupazione. Il dato che più di tutti spaventa però è quello relativo all’occupazione tra i 15 e 34 anni che nel 2010 è risultato essere del 31,7%, mentre quello dell’anno precedente era attestato al 33,3%. Addirittura per le donne nel 2010 si raggiunge appena il 23,3%. Lo SVIMEZ evidenzia che nel 2010 il tasso di disoccupazione nel Mezzogiorno, tra i quindici e trentaquattro anni, registra un divario di circa 25 punti con il Centro-Nord che raggiunge un livello del circa il 56,5%. Dallo studio si evince in pratica che, nell’intervallo anagrafico considerato, rivolgendoci al solo Sud, meno di un giovane su tre lavora. Proseguendo nello studio del rapporto si capisce che negli ultimi due anni è diventato sempre più difficile per i giovani entrare nel mondo del lavoro e che proprio nelle nuove generazioni si concentra il crollo occupazionale. L’esclusione dal mercato del lavoro riguarda poi anche la parte a più elevata formazione dei giovani. Cresce la condizione di non studio e non lavoro proprio tra i diplomati e i laureati: è circa il 30% il numero dei laureati del meridione, al di sotto dei 34 anni, che non lavora e ha abbandonato il sistema formativo, poiché ritiene inutile proseguire nell’aumento del livello di istruzione per accedere al mercato del lavoro. Sono quei giovani che, nonostante una preparazione di alto livello, sono costretti a vivere dipendendo ancora dalle generazioni più anziane.
La questione giovanile si riallaccia a quella demografica. La forte migrazione degli ultimi anni dal sud verso il nord (o verso altre nazioni) è collegata ovviamente alla crisi economica. Questo spostamento in massa porterà, nel giro di venti anni, a perdere quasi un giovane su quattro nel Meridione. Dai dati si nota come dal 2000 al 2009 siano state 583mila le persone che lasciato il Sud Italia. Nel solo 2009 sono 109mila le persone che hanno abbandonato il Meridione per andare verso il Centro-Nord. Tra le grandi città meridionali, la più colpita è Napoli, che nel decennio appena trascorso, ha perso 108mila persone. Andando avanti così nel 2050 gli “over 75” cresceranno di dieci punti percentuali, mentre sempre nello stesso anno secondo le stime gli under 30 nel Mezzogiorno passeranno dagli attuali 7 milioni a circa 5 milioni. Tutto ciò sarà dovuto alla bassa natalità, alla scarsa attrazione di stranieri e soprattutto alla forte emigrazione verso nord e i paesi esteri. Il rapporto evidenzia che l’Italia si presenta come un paese anomalo, per gli standard europei, sul fronte dell’emigrazione. Tutta la corrente migratoria giovanile meridionale attratta verso il Nord (o comunque verso altri Paesi stranieri), non viene rimpiazzata nel Sud che praticamente manda via le sue migliori braccia e le sue migliori menti. Proseguendo nell’indagine si comprende come l’emigrazione per i giovani sia l’unica scelta possibile. Infatti, proprio gli “under 35” sono quelli che più hanno difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro. Ed anche i numeri a riguardo parlano chiaro. Infatti, i 450mila occupati tra i quindici e trentaquattro anni del 2008 nel Mezzogiorno, sono scesi a 350mila nel 2009. E il tasso di occupazione giovanile tra i quindici e i ventiquattro anni nel 2010 è al 14,4% cioè oltre dieci punti in meno rispetto al Nord, mentre quello di occupazione tra i quindici e i trentaquattro anni, come si è già visto, si è attestato a un modesto 31,7% diminuendo di oltre un punto e mezzo rispetto al 2009. Il quadro tracciato in questi termini dallo SVIMEZ è molto desolante. Il Sud non sarà più un’area giovane, ricca di cervelli e anche di forza lavoro, ma sarà un territorio spopolato, abitato in maggiorana da persone anziane che dipenderanno sempre più dal resto del paese, e cioè dal Nord. Questo è quello che stato definito un vero “tsunami demografico”.
Le politiche adottate dal governo non aiutano certo a migliorare la situazione per il Mezzogiorno, a ottenere un suo riscatto, a dare un futuro alle nuove generazioni. Da più parti è forte la critica nei confronti dell’attuale esecutivo per la mancanza di un serio piano di rilancio del Sud. Un rilancio che possa finalmente portarlo alla pari con le altre aree europee.

