“L’Agenda Monti” vista da Sud

Ivan Esposito
Il Presidente del Consiglio, il senatore Mario Monti

Il Presidente del Consiglio, il senatore Mario Monti

L’Agenda Monti cita il Sud una sola volta, per dire sostanzialmente una stupidaggine. Il che non vuol dire che l’impianto generale della proposta politica non abbia elementi utili per il Mezzogiorno, a prescindere dagli interessi del professore che appaiono decisamente rivolti ad altre latitudini.

Prima di entrare nel merito delle proposte dell’Agenda, è utile introdurre il documento e il suo ispiratore. Monti è un liberale, per cui ritiene che il mercato funzioni in modo da assicurare benessere ai cittadini, a condizione di lasciarlo libero da indebite intromissioni dello Stato o di imprese e gruppi particolarmente forti.  Tuttavia, Monti è anche sensibile ai temi sociali, per cui immagina che lo Stato debba intervenire ad aiutare le persone più deboli. Per dirla con un’immagine calcistica: se la vita di una comunità fosse una partita, per Monti lo Stato dovrebbe ricoprire sempre il ruolo dell’arbitro, e occasionalmente quello del massaggiatore a bordo campo che soccorre i giocatori in difficoltà.

In che modo questa sua visione generale può aiutare il Mezzogiorno?

E in che cosa invece può metterlo in difficoltà?

Sinteticamente, di buono c’è il fatto che Monti voglia rendere più snella, trasparente ed efficiente la Pubblica Amministrazione, ridurre la spesa pubblica ed il controllo politico della stessa, liberare le imprese da vincoli burocratici. Tutto questo sarebbe potenzialmente un progresso per un Mezzogiorno dove esistono soggetti innovativi e dinamici e dove la politica ha elargito la spesa pubblica al fine di controllare la società con deprecabili pratiche clientelari.

Di pericoloso per il Sud, nella visione di Monti, c’è il fatto che non prevede un intervento statale necessario a colmare le arretratezze che si sono stratificate negli anni, meno che mai un reintegro delle risorse per la spesa corrente progressivamente e drammaticamente ridotte negli ultimi anni. Tornando all’immagine calcistica: una partita ha senso se entrambe le squadre hanno potuto allenarsi e prepararsi tecnicamente; se il divario è invece troppo ampio, non c’è partita. E in questo caso, uno Stato che fa solo da arbitro, fa troppo poco o addirittura nulla se consideriamo che gli investimenti di cui pure si parla sono posticipati ad un almeno parziale abbattimento del debito pubblico.

Veniamo quindi all’unica citazione che Monti fa del Mezzogiorno. Dice: il Sud – cioè le Regioni e gli Enti Locali meridionali – non deve chiedere soldi allo Stato quando non riesce a spendere i fondi europei. E’ ovvio che le risorse comunitarie non vanno sprecate, ma Monti nella sua argomentazione dimentica tre cose, una dimenticanza che contribuisce a dipingere il Sud come incapace e piagnone. Primo: i fondi UE per il Mezzogiorno non sono gestiti solo a livello locale, anche ministeri e grandi imprese pubbliche e concessionarie hanno gran voce in capitolo, e questi ultimi non sono più efficienti delle Regioni. Secondo: i fondi UE rappresentano dei cofinanziamenti, cioè dei soldi in più rispetto a quelli nazionali, per cui se lo Stato non fa pienamente il suo dovere, non si può accedere alle risorse europee. Terzo: i fondi UE coprono investimenti e progetti, ma non la spesa corrente che rimane una responsabilità nazionale: se realizziamo un asilo nido, ad esempio, le risorse europee possono – in parte – coprire i costi per la ristrutturazione dell’immobile, per l’acquisto dei giochi e dei lettini, magari per gli operatori di un intervento ad hoc sui bimbi immigrati, ma non pagano gli stipendi delle maestre, la refezione o il riscaldamento. Queste cose sono in capo ai Comuni. E i Comuni possono contare su poche risorse statali e sulle tasse locali, che ovviamente per i Comuni poveri sono paradossalmente sia altissime che insufficienti.

In tema di cultura, ambiente, energia, agricoltura e turismo, l’Agenda prevede politiche di sostegno, ma assai generiche, per cui non si capisce quali sarebbero le scelte effettive, e di conseguenza quale impatto potrebbe esserci nel Mezzogiorno su questi settori che incarnano la sua ricchezza. Traspare solo la volontà di ridare allo Stato la competenza decisionale su temi delicati, retrocedendo rispetto all’orizzonte della riforma federalista del Titolo V della Costituzione, peraltro assai confusa e poco funzionale.

I temi più controversi della politica di Monti, già ricompresi nell’azione del Governo uscente, sono il lavoro, il welfare, la riduzione del debito pubblico e la politica fiscale. Su queste materie, ci sono aspetti che semplicemente prescindono dal Mezzogiorno e dalla sua struttura sociale ed economica.

Sul lavoro, ad esempio, Monti pensa a liberare le grandi imprese dai vincoli dei contratti collettivi di lavoro, ma nel Sud i problemi riguardano piuttosto la solvibilità delle realtà più piccole, la lotta al lavoro nero, la valorizzazione e la capitalizzazione di esperienze poco più che artigianali. Su queste declinazioni territoriali specifiche del tema lavoro, non c’è una parola: niente microcredito, niente riemersione, niente per l’accesso al credito o per una contribuzione o fiscalità di vantaggio. Niente di chiaro e di preciso, almeno.

Per il welfare è interessante l’idea di una semplificazione dei sussidi economici e di un reddito minimo di sostentamento, ma andrebbero chiariti in merito quante sono le risorse e se le stesse vengono ripartite in base ai bisogni o in base ai territori.

Chi vive al Sud potrà aspettarsi da un eventuale nuovo Governo Monti solo – si fa per dire – uno snellimento della macchina amministrativa, una giustizia civile più celere, un impegno contro le mafie e i capitali mafiosi – su questo è però grave aver omesso ogni riferimento alle ecomafie e alla tracciabilità dei rifiuti tossici che vanno dal Nord al Sud.

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